La Chiesa e l’emergenza immigrazione

Intervento di Mons. Mariano Crociata, segretario generale della CEI, alla Commissione Presbiterale Italiana (7 aprile 2011)

“Di fronte alla recrudescenza del dramma dell’immigrazione”

Le vicende in varia misura drammatiche che hanno portato alla ribalta internazionale i Paesi del nord Africa e del vicino Oriente hanno prodotto nel corso delle ultime settimane una recrudescenza del fenomeno degli sbarchi di un numero crescente di persone in condizioni disperate in fuga alla ricerca di lavoro e di una vita migliore, di protezione umanitaria. A Lampedusa gli arrivi hanno superato  le 20.000 persone, tra cui 400 minori; ma il dramma  di un popolo in fuga si sta vivendo soprattutto al confine con la Tunisia e con l’Egitto dove sono arrivate quasi 200.000 persone. Questa fuga, questo cammino di speranza è segnato anche dalla tragedia di centinaia di morti in mare, in numero crescente in queste ultime ore. Il Mare nostrum, il Mediterraneo rischia di diventare cimitero di un popolo in fuga. La Chiesa segue il fenomeno con viva apprensione, assicurando a vari livelli una forte ed effettiva vicinanza a tali persone. In particolare la Conferenza Episcopale Italiana non si stanca di ricordare e intervenire. Anche il recente Consiglio Episcopale Permanente si è occupato del problema, con la prolusione del cardinale Presidente, il dibattito tra i Vescovi, il Comunicato finale – dopo che non poche altre volte organismi e istanze della CEI si erano espressi sull’argomento. D’altra parte, con una popolazione immigrata che ha raggiunto e supera in Italia i cinque milioni, provenienti da 198 nazionalità e con 140 lingue diverse, possiamo ben dire che è maturata una esperienza, si è sviluppata una riflessione, si è accompagnata una conoscenza (pensiamo al Dossier Immigrazione elaborato annualmente da Caritas e Fondazione Migrantes) e una valutazione che possono essere messe ulteriormente a frutto per rispondere alle esigenze crescenti che si manifestano.
Proprio la complessità del momento mi induce a svolgere con voi una riflessione che vuole avere come sempre carattere pastorale, senza per questo perdere di vista altri aspetti necessari alla nostra comprensione della realtà. Il nostro sguardo ispirato dalla fede pone la domanda su che cosa come Chiesa dobbiamo pensare e fare di fronte alla immigrazione come essa si presenta in questo tempo.
Non è fuori luogo premettere qualche considerazione, come ad esempio quella che concerne la storia. Avrà un carattere molto generale, ma questo non rende meno vera l’affermazione che la storia dell’umanità, e non solo recente, è una storia di migrazioni e, quindi, di difficoltà e perfino di lotta, ma alla lunga di fecondità, nell’incontro tra genti provenienti da popoli e culture diverse. In questo senso, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, in alcuni messaggi per la Giornata mondiale delle migrazioni, occasione importante di riflessione e preghiera nelle nostre comunità, hanno ricordato, utilizzando una felice espressione conciliare, che l’immigrazione è un ‘segno dei tempi’. Si coglie l’incisività di questa affermazione di fronte alla sensazione, non raramente anche dichiarata, di sorpresa e di disturbo, se non di paura, che l’arrivo e la presenza degli immigrati produce in tanti nostri connazionali, per parlare solo dell’Italia.
A ciò si deve aggiungere che l’attuale contingenza storica ci mette di fronte ad una evoluzione che vede acuirsi il contrasto tra Paesi poveri e Paesi ricchi –  basterebbe ricordare i dati delle 22 guerre in atto, del miliardo di persone alla fame, del miliardo e quattrocento milioni di persone che non accedono all’acqua potabile –, ma vede anche crescere la coscienza, l’attesa e la volontà di riscatto di quote crescenti delle popolazioni dei Paesi poveri che si dispongono ad affrontare tutti i possibili ostacoli, con la forza irriducibile della disperazione, per trovare una strada alla segreta incancellabile speranza di una vita migliore. Se a ciò aggiungiamo che le sollevazioni e i disordini, per non dire le violenze e le guerre civili, che sono in atto sul lato sud del Mediterraneo, possiamo senza fatica disegnarci un quadro, avallato peraltro da autorevoli commentatori, che lascia presagire una massa incontenibile, o comunque imprevedibile, di immigrati determinati a mettersi in cammino all’interno, ma anche verso l’esterno, in particolare verso le coste nord del Mediterraneo. Qualunque sia l’attendibilità di queste previsioni, è saggio attrezzarsi mentalmente e praticamente per una simile evenienza.
Che cosa possiamo dire e fare come Chiesa?
Mi pare importante chiarire che la prima parola la dobbiamo a noi stessi, perché da credenti e come Chiesa ci sentiamo interpellati direttamente. Alla luce di questa prima, una parola potrà essere detta a tutti a partire dal nostro giudizio di fede e dalla nostra esperienza ecclesiale. Per rispondere alla domanda si rende necessaria una distinzione. L’espressione immigrazione lasciata da sola denota sempre di più la sua equivocità e quindi una inadeguatezza a coprire un fenomeno così complesso. Immigrati sono quelli che in queste ore stanno sbarcando a Lampedusa o altrove, e immigrati sono gli stranieri che vivono in Italia da anni, se non da decenni, costruendo famiglie, svolgendo i lavori più svariati, facendo vita sociale. Entrambi i gruppi possono essere detti immigrati, ma la loro condizione è a volte incomparabilmente differente. Allora la domanda che ci siamo posti sopra deve essere almeno sdoppiata.
Guardando ai disperati che sbarcano sulle nostre coste, noi sentiamo, come cristiani, di essere chiamati a prenderci cura per quanto possibile di persone che hanno bisogno spesso di tutto per sopravvivere, ben comprendendo che le situazioni personali di chi arriva possono essere ben diverse tra loro: dai profughi ai richiedenti asilo a coloro che aspirano ad una vita migliore, fino a quelli che cercano l’avventura o anche ai malintenzionati. Il nostro compito è testimoniare il Vangelo della cura del bisognoso e del disperato, del malato e dell’affaticato. In realtà questo le nostre comunità lo hanno sempre fatto e lo stanno dimostrando con straordinaria generosità in questo periodo, un po’ dappertutto per l’Italia, attraverso la rete delle Caritas diocesane e parrocchiali, le Migrantes, il mondo dell’associazionismo e del volontariato che in questi anni – come dimostra la recente indagine decennale della Consulta delle opere socio-sanitarie – hanno interpretato  ‘la fantasia della carità’ proprio nei confronti del mondo della mobilità umana, con servizi e altre forme di generosità e di solidarietà. Non dimentichiamo che il nostro è un segno, significativo se calcoliamo l’entità del numero di persone, di strutture, di risorse che è stata impegnata già da anni, e ora in misura nuova viene investita a questo scopo. Anche su questo punto sappiamo che non possiamo dirci mai arrivati, perciò sentiamo l’appello ad una sempre maggiore generosità a fronte di una richiesta crescente. Accanto a questo impegno è richiesta un’opera educativa nei confronti di tanti nostri fratelli di fede che fanno fatica a condividere questo senso di accoglienza e di condivisione. Si tratta di capire che la generosità possibile, cioè compatibile con le nostre risorse e disponibilità, fa parte dello stile del nostro essere Chiesa. Così, attraverso questa circostanza il Signore ci sta chiedendo di crescere non solo nella carità, ma anche nel nostro essere comunità di credenti in Cristo Gesù, nello spirito della fraternità cristiana più volte ricordata da Benedetto XVI, anche nell’enciclica Caritas in veritate.
Sulla base di questo stile di pensiero e di vita, il nostro giudizio sulla situazione più generale può trovare adeguata espressione anche nel dibattito pubblico, e prima ancora nella parola di noi pastori. Siamo chiamati a chiedere al nostro Paese tutto intero di far suo uno stile e un giudizio che sia sempre rispettoso della dignità di ogni persona che è in pericolo di vita o gravemente indigente. Bisogna riconoscere che in questa direzione si è mostrato di voler andare, quanto meno nell’affrontare quella che costituisce una vera e propria emergenza umanitaria. E che si tratti di una tale emergenza stanno a dimostrarlo quelle tragedie del mare a cui ancora assistiamo impotenti. Ma ora il problema che si presenta è, quanto meno, duplice. Innanzitutto la resistenza di alcune parti dell’opinione pubblica e del Paese, di diverse regioni in pratica, soprattutto del centro e del nord, a condividere il carico di un così gran numero di sbarcati accogliendone una quota proporzionata. La prospettiva dell’ospitalità rischia di dividere l’Italia, pochi giorni dopo che abbiamo celebrato i 150 anni dell’unità d’Italia. Tale resistenza chiede una riflessione attenta su quale tipo di società ci avviamo ad essere; essa manifesta infatti paura di fronte allo straniero che, essendo bisognoso, con le sue richieste mette in questione il nostro benessere economico (sia pure messo anch’esso in crisi); manifesta quindi anche chiusura al nuovo e al diverso; soprattutto denota incapacità a capire ciò che sta succedendo e a disporsi ad affrontarlo. Infatti il rischio maggiore a cui espone simile atteggiamento è quello di rimanere impreparati di fronte ad una situazione sociale che in un lasso breve di tempo potrebbe presentarsi irreversibilmente modificata.
Questa resistenza si presenta analoga nell’atteggiamento di tanti nei confronti di quell’altra più consistente fetta di immigrati che sono in Italia da uno o più anni, spesso in una condizione abbastanza solida di lavoro e di inserimento sociale. In ciò si mostra una forma di dissociazione, poiché la non accettazione psicologica o ideologica dello straniero motivata da paure che condensano un senso di insicurezza non sempre ragionevole, si coniuga con una convivenza e con una valorizzazione sociale di fatto molto diffusa e diventata insostituibile e vitale per tante strutture lavorative e per tante famiglie.
Questa constatazione porta alla conclusione che il pericolo maggiore che la nostra società – e non solo in Italia – sta correndo consiste nel non essere all’altezza della sfida che comunque le viene lanciata in questo passaggio storico. E la sfida consiste nell’affrontare non solo l’emergenza ma anche la lunga durata della presenza immigrata non mossi da irrazionale e oscura paura, ma dall’intelligenza sociale e culturale, economica e politica dell’opportunità che il fenomeno dell’immigrazione presenta, una opportunità non tanto immaginaria e solo offerta a future progettazioni, ma già in qualche misura sperimentata da decenni nella nostra società che vede inseriti tanti stranieri che l’hanno vitalizzata. La sfida è quella dell’integrazione, secondo un modello né assimilativo o multiculturale, ma interculturale, che valorizza – come ricorda Benedetto XVI nella Caritas in veritate – “la relazione intelligente”.
A questo punto il discorso deve essere completato e concluso da tre considerazioni.
La prima riguarda l’esigenza di valutare la sostenibilità per il nostro Paese, per le sue condizioni economiche, per il suo tessuto sociale e per il suo sistema di sicurezza dell’emergenza umanitaria costituita dai flussi crescenti di sbarchi sulle nostre coste. È evidente che dopo la prima accoglienza, alla quale le nostre strutture caritative stanno dando un significativo apporto, si tratta di vedere se e come è possibile accompagnare queste folle crescenti. La loro gestione è un problema che deve essere affrontato con la collaborazione di tutto il Paese, ma ancora di più con la partecipazione dell’Unione Europea, poiché si tratta di una “emergenza comunitaria”, come ha detto il cardinale Bagnasco. Si rendono dunque necessarie misure e interventi capaci di far fronte all’emergenza in maniera appropriata, che vada verso soluzioni durature e non generi e poi alimenti situazioni di parassitismo e di disordine sociale. Da accoglienza e aiuto si trasforma nel suo contrario il mantenere migliaia e migliaia di persone senza dare qualcosa da fare e offrire una prospettiva: sta qui la direzione verso cui agire, non trascurando, come è stato in tanti modi tentato e non solo di recente, di intervenire direttamente in quei Paesi da cui provengono gli immigrati per contenere con lo sviluppo economico e sociale nei luoghi di partenza i flussi di immigrazione.
Una seconda esigenza riguarda l’accompagnamento e la gestione dei processi di integrazione di quegli immigrati che si trovano a vivere da anni nel nostro Paese. Qui si pongono questioni complesse di carattere non solo economico e sociale, ma anche legislativo e politico. Rinviare per timori o calcolo risposte adeguate finisce col far incancrenire i problemi. Bisogna guardare lontano, nella questione degli immigrati, altrimenti ci troveremo, come società nel suo insieme, in situazioni di fatto che si saranno determinate senza di noi e contro di noi. Una urgenza non trascurabile è costituita dall’istanza culturale in rapporto agli immigrati. La difficoltà a trovare e anzi a cercare prospettive e soluzioni ai problemi che si pongono in questo campo denotano, in ultimo, una stanchezza spirituale e ideale della nostra comunità nazionale, incapace di guardare il futuro (un segno in questo senso sembra doversi considerare il rilievo demografico della bassa natalità della nostra società, a cui purtroppo finiscono con l’adeguarsi anche gli immigrati). Una comunità con un senso forte delle proprie possibilità e della propria identità e cultura non teme di soccombere di fronte alle sfide. Da noi sembra succedere il contrario: viene meno la forza della coscienza di sé, della propria identità, tradizione e cultura.
A questa considerazione si lega la terza e ultima esigenza, che tocca direttamente noi come comunità cristiana. La coscienza che abbiamo di essere parte rilevante del nostro Paese e di dare espressione a un cristianesimo popolare che ancora resiste, ci affida una responsabilità e una missione. La responsabilità è quella di vitalizzare questa cultura di popolo cristiano attraverso il rafforzamento della rete delle nostre comunità ecclesiali a partire dalla qualità credente ed ecclesiale dei nostri fedeli e delle nostre parrocchie, come pure di tutte le altre realtà. La missione è quella di sentire e condividere che c’è un appello del Signore in questa circostanza, che chiede di rinnovare la testimonianza e le forme dell’annuncio. Sappiamo che un segno inequivocabile della qualità alta della vita della Chiesa è la sua tensione missionaria. In un tempo in cui il primato della missione non appartiene più solo alla forma ad gentes, senza rinunciare a partire e far partire bisogna che la tensione missionaria si manifesti nella vita ordinaria delle nostre comunità, senza trascurare i nuovi arrivati, in un certo senso mandati dal Signore per una nuova opportunità di incontro con Lui e con il suo Vangelo.

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