Le tentazioni: Gesù messo alla prova

Su suggerimento del nostro Vescovo Franco Giulio, all’inizio della Quaresima proponiamo il testo (da lui stesso scritto) di una riflessione sul significato delle tentazioni di Gesù all’inizio del suo ministero pubblico.

La preghiera di Gesù nel Padre nostro, con cui Gesù fa pregare i discepoli: «non ci indurre in tentazione» (Mt 6,13) ha sovente fatto problema, perché nella sua attuale dizione sembra alludere a una specie di determinismo, con cui la libertà dell’uomo è messa in scacco (da Dio). Anche la nuova tradizione della CEI (2008) non è del tutto soddisfacente («e non abbandonarci alla tentazione»), perché il testo contiene significati diversi. Qualcuno ha suggerito di tradurre: «e nella prova/tentazione non ci abbandonare». Il senso sembra suggerire che Dio stesso “mette alla prova”, come era già avvenuto con Abramo (Gn 22,1), con il suo popolo (Es 16,4; 20.20; 2Cr 32,31; Sal 26,2). Tanto che negli strati dell’AT, più vicini al NT, la tentazione viene attribuita al diavolo e/o a satana (Gb 1-2; Sap 2,24). Nella preghiera del Signore l’ultima domanda invoca che la prova sia evitata per i discepoli Gesù. E poiché la preghiera è insegnata da Gesù, essa può essere trasmessa ai discepoli proprio perché il Signore per primo è passato attraverso la prova e l’ha superata.

1. Dio mette alla prova il popolo, Gesù e i suoi discepoli

È necessario dunque ricostruirne il senso biblico, per comprendere come mai l’AT – soprattutto nei testi più antichi – non abbia alcun timore ad attribuire direttamente a Dio l’azione con cui la libertà dell’uomo è sottoposta alla prova. La prova è collegata con il comandamento e con il timore di Dio, più precisamente per custodire il carattere di promessa dell’alleanza che Dio intrattiene con l’uomo e per dire la necessità che l’uomo vi aderisca con un rapporto di amore totale e senza riserve (cf Dt 13,4). Certo poi la Scrittura conosce anche il senso inverso, quando è il popolo che “mette alla prova il suo Dio” (Es 17,2.7; Num 14,22-23). Questo è espresso con il verbo “mormorare”, che dice l’atteggiamento con cui il popolo mette in dubbio la presenza di Dio operante nel tempo del deserto. La prova del popolo ha la forma del dubbio sulla presenza di Dio per la mancanza del pane, dell’acqua, dei beni essenziali nel cammino del deserto. Questi beni vengono desiderati come beni a propria disposizione, senza che siano vissuti come dono che è ricevuto dalla parola viva (“dalla bocca”) del Signore (Dt 8,3). Ciò genera l’incapacità all’ascolto e la durezza di cuore. Nella crisi tra Dio che conduce il suo popolo fuori dal mare e il popolo che deve attraversare il deserto «grande e spaventoso» (Dt 8,15), alla fine la domanda di fondo è teologale: «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?» (Es 17,7). Appare, allora, in tutta la sua sconvolgente durezza il fatto che Gesù stesso, il Figlio, sia messo alla prova, sia sottoposto alla tentazione. Al di là della differenza delle attestazioni evangeliche, resta un dato storicamente certo che Gesù abbia vissuto e condiviso l’esperienza delle tentazioni del suo popolo e perciò abbia guidato i suoi discepoli per «non entrare nella tentazione» (Lc 22,40.46), anzi a “pregare” per non essere messi alla prova. Per questo risulta strategico fermarci sul racconto delle tentazioni di Gesù. Esse non sono che la prefigurazione di quella prova che attraversa tutta la vita di Gesù e trova il suo momento ultimo e decisivo nella croce. Collocate all’inizio del ministero in tutte le tradizioni sinottiche, le tentazioni anticipano all’origine ciò che è una costante del cammino di Gesù verso la fine.

La narrazione delle tentazioni di Gesù ricorre in tutti e tre i Sinottici ed è collocata dopo il Battesimo. Marco ha una notizia brevissima (Mc 1,12-13), ma che si pone in rapporto strettissimo con la teofania battesimale. Matteo e Luca (Mt 4,1-11; Lc 4,1-13) si diffondono con un racconto articolato in tre tentazioni che, pur riferite in diverso ordine e con differente intonazione teologica, presentano la tentazione del pane, del miracolo, della potenza. Al di là del racconto delle tentazioni, il tema ricorre in altri luoghi decisivi per il dipanarsi della missione di Gesù. Certamente possono essere individuate come “tentazioni” le parole di Pietro dopo la confessione di Cesarea (Mc 8,31-33; Mt 16-21-23), il Getsemani (Mc 14,32-42; Mt 26,36-46; Lc 22,39-46), e la sfida davanti alla croce (Mc 15,29-32; Mt 27,39-44; Lc 23,35b-39). Gesù è presentato come il «Messia tentato»: è questa un’espe­rienza insolita che passa come una spada affilata nella coscienza della comunità dei primi credenti, così come risuona sconvolgente agli orecchi dei primi cristiani la formula «il Messia è morto per noi!». Le tentazioni di Gesù sono, dunque, tentazioni «messiani­che», cioè riguardano il modo con cui Gesù ha compreso la sua missione, la qualità specifica del suo “messianismo”, meglio della sua singolare relazione a Dio. Per questo gli evangelisti collocano la tentazione di Gesù dopo il battesimo (anche se Lc inserisce tra i due la genealogia): nel battesimo e nella teofania al Giordano Gesù, il «Figlio amatissimo» (cf  Gn 22,2), accoglie e sceglie di vivere il suo essere Messia («Tu sei mio figlio»: Sal 2,7) secondo lo stile del servo sofferente (Is 42,1). Egli si mette in fila tra i peccatori e porta il loro peccato. La voce dal cielo, uno stupendo mosaico di riferimenti all’AT, è la rivelazione del Padre che anticipa e attua (con la discesa/dimora dello Spirito) fin dall’inizio il senso della missione di Gesù. Gesù è il Messia davidico, in modo singolare come il Figlio unico e amato, ma secondo la figura del servo sofferente.

Per questo la tradizione sinottica vede nelle tentazioni (con la sola differenza di Luca che interpone la genealogia, ma collega poi le tentazioni al battesimo con un “ritorno al Giordano”, 4,1) l’altra faccia della scelta/decisione/voca­zione di Gesù, con cui egli ha compreso la sua missione filiale secondo la figura di un messianismo umile e sofferente (battesimo), e ha superato la prova di immaninare la sua missione in modo potente e sbaragliante (tentazione). Il motivo è che nel battesimo e nella tentazione la vicenda di Gesù assume il cammino della libertà umana che deve essere ricostruita, salvata, ricuperata dal di dentro. Lo stile umile e sofferente della sua missione trova nel gesto del battesimo di Giovanni il suo momento fondatore, il tempo in cui Gesù sceglie la forma di servo per il ministero. La sequenza narrativa 1) predicazione di Giovanni Battista, 2) battesimo di Gesù e 3) tentazioni nel deserto segue una logica che ripercorre l’esperienza dell’esodo e del ritorno dall’esilio. Dal punto di vista del racconto questa sequenza riceve una diversa coloratura nei tre evangelisti sinottici, ma resta confermato il carattere di compimento della vicenda di Gesù in rapporto al suo popolo e di prefigurazione in relazione al seguito della sua missione e di quella dei discepoli. Il risultato dell’analisi redazionale risulta così fruibile anche in prospettiva narrativa. Sintetizza così Dupont: «In Mt, il racconto delle tentazioni guarda verso il passato di Israele, per mostrare come gli avvenimenti dell’esodo sono stati vissuti in modo nuovo e hanno ricevuto compimento nella persona del Cristo, mentre il racconto di Luca è orientato verso l’avvenire, verso gli avvenimenti della Pasqua, che hanno in verità fondato la nuova economia e compiuto l’opera della nostra salvezza». La breve notizia di Marco custodisce forse la tradizione più antica dell’esperienza drammatica con cui ha avuto inizio il ministero di Gesù. In due versetti è ricordata l’esperienza incandescente della “vocazione” di Gesù: la sua “chiamata” ad essere il Figlio nella forma servi, con cui Gesù dispone di sé mettendo in gioco se stesso nella prova che deve superare le attese giudaiche di un Messia potente e la “sua” stessa tentazione – mistero insondabile – di essere il Figlio subito nella forma gloriosa. La tentazione di Gesù, dunque, si colloca fra tre poli: la ripresa dell’esperienza esodica della tentazione del popolo (prospettiva matteana); l’anticipo della tentazione decisiva della passione (prospettiva lucana); e la custodia del roveto ardente della vocazione orginaria di Gesù, nella sequenza battesimo/tentazioni (redazione marciana) [2]. Tre evangelisti, tre prospettive che anticipano in forma narrativa la tentazione suprema della croce di Gesù.

2. Gesù e il roveto ardente della vocazione originaria (Marco)

La breve e folgorante notizia delle tentazioni nel vangelo di Marco ha sempre proposto un quesito agli interpreti: si tratta di un’altra tradizione, che non contempla le “tre” tentazioni, come invece sono presenti nella fonte Q, cioè la fonte dei “detti” a cui si riferiscono Matteo e Luca? Oppure Marco si limita a una breve notizia pur gravida di densi significati, come è nello stile del suo Vangelo? L’esegesi recente riconosce nei tre sinottici un comune sostrato nella prova del popolo al deserto, e quindi parla di un’unica tradizione delle tentazioni con due redazioni, una molto breve ed essenziale in Marco, l’altra, trasmessa in Matteo e Luca, declinata nelle tre tentazioni che assumono le classiche prove del deserto. Anzi Marco ci farebbe accedere, pur attraverso il filtro della sua teologia, alla vocazione originaria di Gesù all’inizio del suo ministero. Nella sequenza di battesimo e tentazione, Gesù dispone di sé nel dare inizio al suo ministero nella forma servi. Sarebbe possibile così accostarsi al roveto ardente della “vocazione” di Gesù, attestata in modo sorprendente nell’inno di Fil 2, 6-7: «Cristo Gesù che, essendo [e rimanendo, participio presente] nella forma Dei, non considerò un tesoro geloso l’essere come Dio, ma svuoto se stesso, prendendo [participio aoristo] la forma servi». L’intrec­cio di battesimo e tentazione esprime narrativamente quanto è icasticamente detto nella stupenda formula dell’inno paolino. La versione marciana è quella che ci fa accedere, nella sua sconvolgente brevità, alla scena originaria della vocazione di Gesù.

Dopo il titolo/inizio del Vangelo, in cui il protagonista viene presentato come “Figlio di Dio” (1,1) la prima scena è articolata nel dittico di battesimo/teofania (1,9-11) e di tentazione (1,12-13) sullo sfondo dell’attività di predicatore e battezzatore di Giovanni (1,2-8). Il montaggio narrativo è perfetto e, mediante l’espressione “subito” (Mc 1,10.12), Marco collega i due episodi di teofania e tentazioni. La voce dal cielo (del Padre) rivela a Gesù (che “subito”, uscendo dal­l’acqua, “vede i cieli aperti”), mediante la discesa dello Spirito, la sua  identità di Figlio unico, amatissimo, che è “chiamato” a vivere nella forma servi. E “subito” dopo, il medesimo Spirito lo “sospinge” nel deserto, tempo (vi rimase quaranta giorni) e luogo della tentazione (tentato da satana). La connessione stretta di rivelazione dell’alto e tentazione nel tempo del deserto, custodiscono il roveto ardente della vocazione originaria di Gesù. Potremmo forse dire che alla dimensione verticale della voce/rivelazione corrisponde la dimensione orizzontale dello spazio/tempo del deserto, dove quella voce viene macerata e maturata nel modo con cui il “Figlio amatissimo” dispone di sé nella forma del servo. Mistero insondabile della “vocazione originaria” di Gesù, che dà veramente “inizio” al “vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). E dovremmo forse aggiungere che questa “esperienza originaria” è possibile in quanto c’è lo Spirito che “scende” su Gesù nel­l’acqua e che “spinge” Gesù nel deserto, configurando questa come un’esperienza “spirituale”. Lo Spirito che manifesta l’identità filiale è lo stesso che lo spinge per metterla alla prova nello spazio/tempo del deserto.

La notizia di Marco declina la drammatica di questa identità filiale che è data nella prova del cammino del deserto: l’identità di Gesù, come per ogni uomo, avviene nel tempo disteso. Osserviamo la struttura del v. 13:

[A]  Egli era nel deserto, per quaranta giorni,          [B]  essendo tentato da Satana,

[A’] ed   era con le bestie selvatiche                         [B’] e gli angeli lo servivano

L’attraversamento del deserto, precisato in A-A’ nei suoi elementi costitutivi, di luogo, di tempo (quaranta giorni) e di compagnia (era con le bestie selvatiche) descrivono il cammino di Gesù sulla falsariga della Genesi, di un nuovo inizio, dove l’armonia rotta dell’uomo con il mondo animale è ritrovata da Gesù, quasi nuovo Adamo che dà avvio alla ri-creazione dell’umanità, al tempo messianico della salvezza. Questa rinnovata condizione paradisiaca, nel giudaismo, era immaginata con il servizio degli angeli, come dice questo testo del Testamento dei XII Patriarchi: «Gli uomini e gli angeli vi benediranno…, il diavolo fuggirà lontano da voi, le bestie selvagge vi temeranno, il Signore vi amerà e gli angeli si avvicineranno a voi» (Test. Neph. 8,4). Il servizio degli angeli è alternativo alla signoria di satana. Tuttavia, questi elementi genesiaci trovano maggiore evidenza se sono riportati al tema centrale del deserto, luogo della prova, secondo il testo sopra ricordato di Dt 8,2: l’identità filiale di Gesù, fin dall’inizio, anzi proprio all’origine, si è sottoposta alla prova con cui Dio (in Mc satana) mette il suo popolo nella condizione di camminare nella promessa. Proprio in quel capitolo del Deuteronomio si dice: Dio «ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire» (8,15-16). E la manna, già ricordata in Dt 8,3, è poi discritta in Sap 16,20 come «il nutrimento degli angeli che tu hai donato al tuo popolo». Lo stesso verbo “servire” accentua il nesso tra Mc 1,13 e Dt 8,3, perché in Mc stesso il verbo indica il servizio alla mensa. Si comprende, in conclusione, perché la tentazione di Gesù, anche in Marco, si riferisca all’esperienza esodica, ripresa nel suo significato di messa alla prova. Questa è la tentazione. Essa riguarda l’identità filiale di Gesù, che è sottoposta alla prova del pane, del tempo e dell’obbedienza alla promessa del Padre: la voce che indica al Figlio la sua chiamata da vivere nella carne. Marco sembra, dunque, custodire il roveto ardente della vocazione originaria di Gesù.

 

tratto da Esercizi di cristianesimo, Brambilla F.G., Vita e Pensiero, 2000

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