L’omelia di Mons. Brambilla alla messa d’ingresso a Novara

Ecco il testo dell’omelia pronunciata da Mons. Brambilla nella Messa di ingresso di Domenica 5 febbraio 2012 in Duomo a Novara.

“Cinque parole di ospitalità”

Carissimi,
vi saluto tutti affettuosamente con un grande abbraccio. Mi sono preparato a questo momento d’ingresso nella santa Chiesa di Novara con tre gesti: il primo richiesto dalla Chiesa, il secondo suggerito dallo Spirito, il terzo dettato dal cuore. Il primo gesto l’ho compiuto il giorno 23 gennaio quando, al termine del commosso saluto dei sacerdoti a mons. Corti, ho “preso possesso” della Diocesi. L’ho voluto fare personalmente (di solito lo fa un procuratore), per dare significato ecclesiale e spirituale all’atto di tradizione vivente con cui un vescovo passa il testimone a un altro. In ogni anello della tradizione, il vescovo passa, ma lo Spirito rimane. Con quel rito ho voluto dire che non io ho preso possesso della Diocesi, ma tutta la Chiesa di Novara ha ospitato il suo nuovo Vescovo. Ora sono qui solo per voi. Il secondo gesto è accaduto lunedì e martedì scorsi, in un emozionante pellegrinaggio nei luoghi della spiritualità, presso gli ordini religiosi di vita contemplativa. Ho cominciato il pomeriggio all’isola di San Giulio d’Orta con la numerosa comunità benedettina, passando per le sorelle Adoratrici dell’Eucaristia di Ghiffa, raggiungendo poi la comunità dei monaci benedettini di Germagno, in un incantato paesaggio di neve, per salutare, infine, sulla via del ritorno le Agostiniane di Miasino e le Visitandine di Arona. Un bagno nel clima spirituale della preghiera e per visitare in anticipo coloro che non possono essere qui oggi. L’ultimo gesto l’ho chiesto personalmente per questo momento: proprio ora mons. Corti, che voglio che salutiate con un caloroso applauso, mi avrebbe donato l’anello che mi lega per sempre alla nostra chiesa. Gli ho chiesto di fare questo gesto simbolico alla fine della celebrazione, prima della benedizione finale, per poter portare l’ultima volta questo anello che è il dono di mia mamma, quando sono diventato vescovo. Guardate: sarebbe stata lì nella prima fila come allora, ma è qui – ne sono certo – nella comunione dei santi.
Ho pensato di raccogliere ciò che ho nel cuore di dirvi in alcune parole che si riassumono in una sola: ospitalità. Essa va intesa in senso forte: la Chiesa accoglie il suo nuovo vescovo e il vescovo accoglie la Chiesa che il Papa gli affidato, perché sia il pastore buono che si prende cura delle persone, le ami, ne fasci le ferite e le conduca sui pascoli di erba fresca e alle sorgenti zampillanti della vita. È un compito che mi mette sgomento e timore. Noi possiamo osare di prenderlo sulle spalle, soltanto perché sappiamo che solo Gesù è il pastore bello/buono che dona la vita in pienezza e che lo Spirito effonde la sua grazia senza misura. Le parole che dicono il senso di questo inizio del ministero del Vescovo sono cinque: ci guida all’ascolto la Parola di Dio che è stata proclamata.


1.    Il roveto
La prima parola ci è suggerita dal Vangelo e dalla Prima lettura: il roveto. Il vangelo secondo Marco ci descrive la fine della prima giornata del ministero Gesù. Una giornata tipo, intensa e massacrante, come quella di tanti sacerdoti e uomini e donne che prendono sul serio il Vangelo e la vita. La giornata è così organizzata dal racconto di Marco: Gesù si presenta sulla scena, annunciando che venuto il tempo della pienezza, che Dio si fa prossimo all’uomo e gli chiede la conversione del cuore e la libertà della fede. Quindi in rapida sequenza c’è la chiamata dei primi quattro discepoli sulla riva del lago di Galilea, poi la guarigione nella Sinagoga di un uomo posseduto da uno spirito cattivo. Gesù, infine, è condotto da Pietro nella sua casa che è lì a pochi passi dalla Sinagoga (la si può vedere ancora oggi a Carfarnao) per guarire la suocera dalla febbre. E, alla sera, la fila interminabile dei malati e dei sofferenti, dei piagati nel corpo e nello spirito, con tutta la città presente alla porta. È una scena impressionante. E dopo una giornata così, al mattino dopo tutto pare ricominciare da capo. Simone se ne fa portavoce: “Tutti ti cercano!”. Tutti lo cercano, ma forse non perché è Gesù, ma perché hanno le loro ferite e malattie, il loro bisogno di guarigione e di salvezza. La fila è interminabile. Ma Gesù si sottrae. Se n’era già andato presto in un luogo deserto a pregare tutto solo, e dinanzi all’insistenza di Pietro, egli risponde: “Andiamocene altrove…” 
    Carissimi sacerdoti e cristiani di Novara, questa è la prima parola di ospitalità: il roveto ardente. Per accogliere le ferite degli uomini d’oggi, per farsi prossimi a loro, dobbiamo abitare questo “altrove” e frequentare questo luogo deserto, dove brucia il “roveto che non si consuma”. Per abitarvi bisogna entrare a piedi nudi, senza il supporto della nostra potenza mondana, delle nostre sicurezze. Dobbiamo toglierci i calzari, custodire lo spazio santo del mistero di Dio: è un fuoco che non si spegne mai, è una sorgente zampillante che disseta il desiderio del nostro cuore, è il pane di vita che nutre in abbondanza i nostri giorni terreni. Le nostre persone, le comunità cristiane, le relazioni umane sono capaci di entrare in modo disarmato e disarmante sul terreno santo dell’amore di Dio, roveto che non smette mai di bruciare? Per ospitare gli altri dobbiamo accogliere il volto di Dio che Gesù ci dona senza risparmio, già nel primo giorno del suo ministero fino all’ultima ora della sera.
A ogni parola di ospitalità vi indicherò un segno che è come lo scrigno prezioso che contiene il tema: oggi possiamo dire che il nostro Roveto ardente è l’unica «mensa della parola e del pane» (DV 21). Sono venuto a Novara: non ho né oro, né argento, ho solo il dono della Parola. Non la mia povera parola, ma l’interminabile racconto del Signore Gesù. L’uomo di oggi non vive solo di pane, ma vive di pane e Parola. Il pane senza la parola dell’affetto, dell’amore, dell’ascolto, della fiducia, della generosità, dell’impegno educativo, della coscienza civile, sa di sale amaro e diventa pane secco già per sera. Non usciremo anche da questo tempo di crisi se non con parole di speranza, condivise, sofferte, cercate, talora gridate. Alle nostre comunità cristiane dico: siamo capaci di custodire il “roveto ardente” della Parola e del pane di vita? La gente quando viene da noi si sente capita, guarita, nutrita, riceve fiducia, alimento per la vita della settimana? Le persone ci sentono prossimi nella gioia e nella festa, nella sofferenza e nella fatica, nel dolore e nell’ora della prova? Il domani del cristianesimo sta tutto qui, semplicemente perché questo è stato l’inizio dei primi cristiani, che hanno abbattuto il muro del mondo antico: con il loro stile di vita hanno fatto capire che essi avevano un roveto ardente e una sorgente inesauribile a cui attingevano. E hanno, con incrollabile certezza, mostrato che cercavano questo “altrove”, a cui si può accedere solo a piedi nudi. Il primo gesto di ospitalità non lo facciamo noi: dobbiamo lasciarci ospitare dal mistero di Dio. Il racconto di Gesù, presente nella parola e nel pane, lo custodisce per tutti. Questa sarà la mia prima e ultima parola che vi dirò: “raccontiamo il Signore Gesù!” (Loquamur Dominum Iesum).

2.    La sposa

La seconda parola di ospitalità è la sposa. In questi giorni, talvolta con un po’ d’ironia, ho detto che sono passato da una chiesa in foto a una sposa in carne ed ossa. Adesso ho «un popolo numeroso in questa città» (At 18,10) e lungo queste valli che vanno dal piano ai monti più alti. Ringrazio il Signore che mi ha fatto questo dono. Ho amato questi monti per oltre quarant’anni: davanti al mio balcone del Seminario di Venegono sapevo riconoscere e nominare tutte le cime del Monte Rosa. Quando volevo andare in un “luogo deserto”, scappavo a Rima, per pensare, scrivere, pregare e stare con la gente. Lì ho scritto i testi più belli della mia vita, ma lì – ed è forse la cosa più importante – mi sono sentito prete, facendo per 36 anni il sacerdote come tutti gli altri, in una delle parrocchie più piccole della nostra diocesi. Certo solo per un tempo breve dell’anno, ma per me è stato decisivo per sentirmi prete. Oggi sono il vescovo d’Italia che forse dovrà fare più chilometri, essendo la nostra diocesi geograficamente tra le più grandi. Amare una chiesa non è un’impresa da poco, perché bisogna costruirla come un edificio saldo, perché bisogna aver cura che la «sposa sia senza macchia né ruga» (Ef 5,27), che non si affatichi troppo per non invecchiare agli occhi del mondo. Non perché sogniamo una Chiesa eterna adolescente, ma perché vogliamo una Chiesa affasci¬nante, non vecchia, ma forte, attraente, solida. A servizio della gente e non schiava dei poteri. Perché la Chiesa sa che l’unica cosa che può dare è quella che forse nessuno cerca più: la parola che è e dà la vita! (1Gv 1,1).
Mi inserisco nella lunga memoria di grandi Vescovi, di cui basti citare gli ultimi due, mons. A. del Monte e mons. R. Corti. Divento oggi il 125° vescovo di Novara. So di avere una Chiesa con un corpo solido, con sacerdoti generosi, instancabili, appassionati: e anche quelli che sono un po’ stanchi e avanti negli anni non nascondono lo “spirto indomito ch’entro gli rugge”. Vi sono molti missionari, una forte componente di volontariato, laici, giovani e famiglie ancora sane. Bisogna che la sposa sia tenuta bene, senza rughe, amata, anche un po’ coccolata, in questo tempo dove tutti si richiudono nel loro privato e giudicano che una cosa è buona, se fa star bene, se suscita emozioni, ma non arrischiano sogni, progetti comuni e sfide per il futuro.
Anche qui suggerisco un segno qualificante. Anzi trattandosi della sposa, ho pensato di farle un regalo. E che cosa potevo portarle in dono se non un libro, un libro scritto da me? È un dono per custodire la maturità avvenente della Sposa: le ho portato un libro sulla festa e sulla domenica. Quando stavo per finire il libro preparato per il VII° Incontro mondiale delle famiglie, che si terrà a fine maggio a Milano, mi è arrivata la notizia della nomina a Novara. Allora ho aggiunto la dedica che facesse da legatura preziosa. La cosa più importante che c’è nel libro è la seguente, ed è presa da un autore ebraico, che afferma a proposito del sabato così: «Non è tanto Israele che ha custodito il sabato, ma è il sabato che ha custodito Israele» (Asher Hirsch Ginsberg, +1927). Così sarà anche per noi: se custodiremo la domenica, la domenica custodirà le nostre comunità, la gioia dei nostri ragazzi, la crescita degli adolescenti e giovani, l’umanità delle nostre famiglie, lo spazio della carità e missione. La domenica non è solo il tempo libero e del riposo, ma è il tempo della festa. L’uomo e la donna smettono di essere una macchina e possono permettersi il lusso di regalarsi parole di fiducia, tempo per stare insieme, momenti di relazioni familiari e sociali, gusto per l’arte e il viaggio, tempo per l’incontro e la relazione, persino spazi di carità e di condivisione. Custodiamo la domenica e la festa, altrimenti perderemo la nostra umanità: ci ridurremo a essere soggetti produttivi, ma poi non ci sarà più prossimità, aiuto, comprensione, sostegno e solidarietà nep¬pure nel mondo del lavoro. La domenica rinnova il volto umano del tempo. Vedete, noi diciamo sempre: “non ho tempo…”. Il Signore ti dice: “io ti do un giorno alla settimana per aver tempo per gli altri e per Dio”. E, dunque, per aver tempo anche per te!

3.    I volti

La terza parola di ospitalità è plurale: i volti. La chiesa è fatta di molti volti e la società è diventata una società plurale per culture e religioni. Allora, edificare una chiesa dai molti volti è un segno importante per stare in una società che nei prossimi anni sarà un caleidoscopio di colori e di esperienze di vita. È diventato difficile accettare il volto dell’altro, non solo dello straniero e dell’immigrato, ma anche del diverso per idee, cultura e religione. La pluralità che attraversa le nostre città e i nostri paesi sembra minacciare la nostra identità. Dobbiamo però dire che le identità che hanno paura di essere contaminate sono identità deboli, mentre quelle forti non hanno paura dell’altro e del diverso. Perciò possiamo costruire “identità aperte”, come ha dimostrato Giovanni Paolo II, che nessuno può negare avesse un’identità cristiana “forte”. È andato in ogni angolo del mondo, parlando e confrontandosi con tutti e tornandone arricchito. Si potrebbe dire con uno slogan: bisogna scoprire sul volto dell’altro ciò che manca alla nostra identità.
Per essere così noi abbiamo un laboratorio sicuro d’esperienza: è la comunità cristiana. Essa deve essere un’esperienza forte di fraternità, non nonostante le diversità, ma con la ricchezza di tutte le persone, i servizi e le missioni. La parrocchia soprattutto – e tutte le associazioni e i movimenti – non devono affermare la propria specificità contro gli altri, ma con gli altri. Una chiesa dai mille volti e dai mille campanili è una ricchezza non solo per la Diocesi, ma anche per l’Italia. Non è questa forse la bellezza dell’Italia? Occorre, dunque, una chiesa che nei prossimi anni dovrà essere sempre più sinfonica, far crescere un laicato maturo e consapevole. Non solo per la diminuzione del clero e l’aumento della sua età media, ma perché la Chiesa è così: non solo dei preti e dei vescovi, ma della gente e con la gente, a servizio del vangelo per il mondo. 
Anche qui vorrei proporvi un segno, anzi un sogno. Lo costruiremo insieme con tutti voi: sogno un seminario per i laici. Non uno di quei luoghi un po’ tetri dei nostri seminari per preti, ma un “tempo” vissuto insieme, uno spazio d’incontro tra famiglie, educatori, volontari, missionari, impegnati nel sociale, persino politici, ove ascoltino insieme il Vangelo, imparino la Chiesa, sappiano discernere il tempo presente, siano persone che irradiano intorno a sé speranza. Abbiamo bisogno di preti e laici che credano che camminare insieme è meglio, che la Chiesa è sinfonica, che nelle nostre attività, iniziative, missioni, è meglio arrivare un giorno dopo con una persona in più. Perché il Vangelo genera una fraternità reale, muta le forme del rapporto sociale, fa rifiorire la speranza di un domani comune.

4.    Il campo

Infine, le ultime due parole di ospitalità. Le ho prese dalla configurazione della nostra Diocesi, della quale si dice con immagine poetica che si distende “dal riso al Rosa”. La quarta parola di ospitalità è, dunque, il campo. L’evangelista Matteo, quando spiega la parabola, dice che il «campo è il mondo» (Mt 13,38). La Chiesa è nel mondo, ma non del mondo. E quale reciproca ospitalità c’è tra il Vangelo e il mondo? Vi ricordo la formula che ho proposto nella relazione introduttiva che ho tenuto al Convegno ecclesiale di Verona nel 2006. Noi credenti dobbiamo “imparare a dire la parola cristiana dentro l’alfabeto della vita umana”. La vita umana ha i suoi linguaggi, i suoi desideri e affetti, i suoi ideali e i suoi errori. Noi dobbiamo stare dentro di essi per dirvi il vangelo del Regno. Non ha fatto forse così Gesù, quando ha osservato per lunghi anni la vita della gente di Nazareth e del lago di Galilea per trarvi le immagini, i gesti, le metafore per dire il regno di Dio? («Il Regno dei cieli è simile a…», Mt 13,44.45.47). Non è per questo motivo che quelle parabole ci parlano ancora oggi, perché realizzano l’incontro trasformante tra la vita umana e il lievito evangelico? 
Anche qui voglio proporvi un segno per il nostro modo di abitare il mondo, un segno che è come una moneta a due facce: la carità e l’educazione. Il nostro grande Rosmini parlava della “carità intellettuale”, perché capiva che non basta rispondere ai bisogni antichi e nuovi, ma bisogna cambiare la testa e il cuore. Oggi direbbe che bisogna imparare da questa crisi non solo a essere più sobri, ma a cambiare i nostri stili di vita. C’è troppa avidità, troppo arrivismo, spacciato per meritocrazia, che passa sopra la testa di molti pur di realizzare il proprio tornaconto. La carità non è solo la solidarietà, non è solo risposta al bisogno. Non basta trattare con dignità il povero, l’immi¬grato, ecc., ma occorre liberarlo dal bisogno. Non è sufficiente dargli qualcosa, ma gli si deve chiedere responsabilità, impegno, perché stia in piedi da solo, concorra anch’egli alla vita civile. Più francamente diventi un cittadino che non solo riceve, ma partecipa alla vita sociale. Per questo è necessaria una grande opera di educazione, di formazione e sensibilizzazione. La carità senza educazione non cambia radicalmente le cose, l’educazione senza carità diventa un ideale scialbo e senza nerbo. 
Questo vale soprattutto per le nuove generazioni, per gli adolescenti e i giovani. Non possiamo permetterci il lusso che restino eterni adolescenti, ma dobbiamo soprattutto star loro vicini, perché diventar grandi è una sfida, un lavoro, una fatica, esige agonismo e dedizione. E dobbiamo dir loro che essere adulti è la cosa più bella. Uno diventa grande quando realizza nella sua scelta di vita quello che ha sognato da giovane: nella professione e nella famiglia, nella fedeltà al proprio ideale e nell’impegno civile. Questa è la sfida dell’educazione: far diventar adulti, responsabili e autonomi quelli a cui abbiamo dato la vita. Ma la vita vera è quella di chi ha scelto di vivere per un ideale concreto!

5.    Il monte

E, finalmente, l’ultima parola di ospitalità: il monte. Sarà la parola più breve, perché è la parola della speranza. Salire sul monte è per la Bibbia incontrare Dio. Per salirvi occorre fatica, tempo e pazienza. Non vi sono scorciatoie. Una brava guida, quando gli chiedi quanto manca alla vetta, ti risponde: è li appena dietro questo spuntone di roccia… E passo dopo passo ti porta fino in cima. E quando tu sei arrivato in vetta, su alla capanna Margherita, rivedi le tue fatiche, ma dimentichi tutto per lo spettacolo unico che si vede da lassù. Così è della vita: essa ha bisogno della costante speranza, perché solo così forgiamo uomini e donne che costruiscono la città dell’u¬omo e la vita comune. Il grande filosofo della speranza, Gabriel Marcel, nel 1942, nel dramma del conflitto mondiale, diceva: “Io spero in Te per noi”. La speranza è la cosa più personale, ma ha bisogno di tener per mano la speranza degli altri. Lo vediamo in questo tempo di “passioni tristi”: ognuno conta i pochi spiccioli di speranza che ha in tasca, e li nasconde, non considerando che si svalutano non solo quelli degli altri, ma anche i suoi.

Vi ho raccontato cinque parole di ospitalità: il roveto, la sposa, i volti, il campo e il monte. Ci manca solo l’ultimo segno. Esso è piuttosto un invito rivolto a voi perché accogliate nella persona del nuovo Vescovo l’inizio di un tempo favorevole. Quando sono andato a salutare il card. Martini – come ho scritto sul Corriere – mi ha fatto questa domanda: “che programma hai per la Diocesi di Novara?” Poi, saggiamente senza aspettare la risposta, mi ha regalato il suo ultimo libro fresco di stampa: Il vescovo. All’ultimo capoverso ho trovato la risposta alla domanda: “come deve essere il Vescovo oggi?”. Eccola: «Vorrei ancora aggiungere [che il vescovo deve avere] la buona educazione, la dolcezza del tratto, la fermezza paterna, l’amore per il bello e le sue forme. Questo perché non si abbia l’impressione di parlare con un “automa”, troppo rigido e troppo sicuro delle proprie risposte. Un uomo umile, che vince le durezze con la propria dolcezza, che sa essere discreto, che sa ridere di sé e delle proprie fragilità. Che sa rimettersi in discussione, che sa riconoscere i proprio errori senza troppe autogiustificazioni. Dunque, anzitutto un uomo vero» (p. 91). Con l’intercessione di Maria, Vergine dell’ospitalità, aiutatemi a essere così!



+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

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