Alle sorgenti della tolleranza

Pazienza, rispetto e mansuetudine, capacità di aspettare, sopportare la differenza degli altri, se stessi e anche il mistero di Dio: questa la tolleranza evangelica di don Primo Mazzolari espressa nel testo che segue, un saggio scritto dal sacerdote profeta nel 1943-1945.

Non si nasce tolleranti. Si può divenire tolleranti: si deve divenire tolleranti: è bene divenire tolleranti, per il bene nostro e di tutti. Molti se lo propongono consapevolmente. Aiutati dalla propria esperienza e dalla saggezza altrui, comprendono che è una condizione dell’uomo il «portare»: e il loro sforzo è virtù. Molti vi pervengono senza volerlo: nave senza timone che le correnti convogliano egualmente a riva. Perché l’uomo ha dei limiti ovunque, anche nelle sue rivolte. S’avvia per una strada e frequentemente torna per un’altra. Il che sembrerebbe consigliare, al fine di non perdere tempo e risparmiare guai, d’imporre all’uomo la buona strada. Ma se la vita, senza mancar di riguardo alla nostra libertà, finisce per farcela ritrovare, non vedo ragione d’un intervento o d’un’inframmettenza estranea. Capita spesso che gli stessi che conoscono il bene, non conoscano il bene che veramente conviene non all’uomo in generale, ma a questo uomo, che è poi il vero uomo.Non solo non si nasce tolleranti, ma ci portiamo dietro un istinto violento e soperchiatore. Indubbiamente c’è in esso qualche cosa di guasto e di pervertito, ma, a vederci bene, vi si possono scorgere elementi di difesa. La vita d’ogni creatura si deve affermare contro innumerevoli avversità ed è provvidenziale che agli inizi almeno sia esuberante e prepotente. Chi si ferma a questa prima constatazione, che colpisce l’osservatore superficiale meglio di ogni altra, è portato a concludere che la legge della vita sia un rapporto di forza, mentre la tolleranza e la pietà, predicate dalla religione, la mortificano e la spengono. Siamo di fronte a due opposte concezioni e qualora, attraverso continuate esperienze, risultasse veramente che la vita dell’uomo è un rapporto di forza e che solo i forti hanno diritto a vivere e vivono perché prevalgono, la regola cristiana, che giustamente si presenta a compimento di quella naturale, starebbe invece contro di essa e sarebbe quindi da ripudiarsi. Non trovo necessario, per il momento, di prendere la questione dall’alto e risolvere d’autorità il dibattito, affermando l’assoluta verità dell’insegnamento rivelato.

Quando si tratta di problemi umani, dove esperienza fa conoscenza per gli uomini di tutti i tempi e del nostro in modo specialissimo, non conviene partire dalla religione per arrivare alla religione. Molti, non a torto, crederebbero di non vederci compreso l’uomo in questa troppo breve e preordinata rotta. Ancor prima che la religione insegnasse agli uomini la tolleranza, essi si erano avvicinati, sulla scorta dell’esperienza, alle medesime conclusioni. E la scuola continua: perché se è vero che il nostro istinto ci parla con impressionante esuberanza così da farci dimenticare che non siamo soli al mondo, presto o tardi cambia linguaggio e ci fa avvertiti che nessuno per quanto forte può illudersi di riuscire a dominare a lungo gli altri, che il costo di sopraffare è incalcolabile e che esaurisce la vita invece di accrescerla e la rende disgraziata. Due strade si aprono di conseguenza, di cui una sola mi sembra ragionevole: o accetto il gioco della forza con le sue alternative sforzandomi quanto più posso e con ogni mezzo di dominare e di non essere dominato, o mi adopero edotto dall’impoverimento della mia vita e della mia crescente infelicità, di vedere se mai la regola dello stare insieme non sia un’altra, se esista un «modus vivendi» meno tragico. La prima è la strada disperata; la seconda conduce alla tolleranza, la cui regola è scritta nel cuore dell’uomo e che il Vangelo ha tradotto con parole semplicissime: «Non fate agli altri ciò che non volete sia fatto a voi; fate agli altri ciò che volete sia fatto a voi».

In tal modo la nostra religione è anche la scoperta della vera realtà dell’uomo e ne è la conferma e il compimento. La storia è un po’ il racconto di questa esperienza, sempre in movimento e in dibattito e con ore così incerte ed oscure da far temere che l’uomo non sia mai sicuro della scelta. Nonostante le sconcertanti esaltazioni della forza, subito dolorosamente scontate, lo spirito di tolleranza s’allarga e si stabilisce: ne è prova anche l’affannosa ricerca di una formula concreta ed efficace nei rapporti internazionali. Dopo quello che abbiamo veduto e patito, certe fiducie durano solo in animi accecati dalla brutalità e dalla vendetta.

Nell’economia della rivoluzione cristiana possiamo trovare un riscontro del nostro faticoso ascendere verso lo spirito di tolleranza. Specchiandoci nell’immagine divina, la quale s’innalza e si chiarisce man mano ci si innalza e ci si purifica, gli stessi sentimenti che l’uomo attribuisce a Dio per rappresentarsi in qualche modo il mistero della sua presenza negli avvenimenti, salgono meravigliosamente. Il diluvio è un fatto della divina giustizia. Ma ecco che davanti a tanta desolazione, Dio si pente d’averlo mandato e l’arcobaleno si disegna nel cielo a conferma dell’impegno ch’egli prende con se stesso di non più castigare in quel modo gli uomini.

L’orgoglio rinnovato sulla torre di Babele viene infatti sconcertato e reso impotente con la confusione delle lingue. E così, lentamente, man mano l’animo s’apre al riconoscimento della legge di bontà che governa il mondo, la rivelazione delle note della divina carità, aumenta fino «all’apparizione dell’umanità e della benignità del Figliuolo di Dio». Il discorso sulle fonti della tolleranza è più che introdotto anche sul piano religioso, ove pochi e brevi accenni potranno bastare per invogliare qualcuno verso ampie e personali riflessioni. Dio «porta» ogni cosa. Le creature non esistono che in lui e per lui. È vero ch’egli ci ha fatto secondo un suo beneplacito, ma ci ha fatto in modo che siamo liberi di divenire anche diversi dal come egli ci vuole. Quindi, Dio sopporta non la varietà, che è bellezza e gioia, ma la libertà, cosa che egli vuole e un uso di essa che non vuole. Una mamma permette che suo figlio vada in guerra, ove può morire: ma ella non gode che suo figlio vada in guerra, sopporta che ci vada. Se il sopportare della mamma, che non può impedire la partenza del figlio, è virtuoso, lo sarà meno forse il sopportare di Dio, la cui onnipotenza potrebbe impedire i nostri smarrimenti?

Ma egli sa che, a una data svolta del nostro andar lontano, torneremo da lui. Anche il Padre del Prodigo sa che il suo figliolo tornerà — fuori di casa si sta troppo male — ma come gli costa sopportare che vada lontano e si avvilisca! Può ritrovarsi e può anche perdersi. E intanto continua a far splendere il suo sole e piovere la sua pioggia sui buoni e sui cattivi. Il mistero di un Amore onnipotente, che rinuncia ad esercitare la propria onnipotenza, per essere più veramente l’Amore, mi da le vertigini, ma non mi soffoca il cuore, che si placa e s’abbandona alla carità incarnata che viene a crearmi perché non mi perda. L’Incarnazione è mistero di carità e metodo di tolleranza, condotto su divina esemplarità. Il Padre non ci vuoi perdere e viene a salvarci nel Figlio. Senza cessare d’essere Dio, Cristo si fa uomo per non imporsi all’uomo con i segni della sua divina potenza. E non gli basta: si fa l’ultimo degli uomini, cioè rinuncia a tutte le forze, di cui l’uomo comunemente si serve per dominare l’uomo. Elegge per sé e vuole per i suoi, i soli mezzi che fanno del suo insegnamento e della sua vita il poema della tolleranza. Sopporta d’aver torto davanti a tutti: si lascia crocifiggere come un malfattore. Cristo Crocifisso è la vera immagine della santa tolleranza e della potenza divina di essa. «Quando sarò in alto trarrò tutti a me». La tolleranza viene da Dio e Dio le impresta il suo braccio. La tolleranza è uno degli aspetti più belli della nostra somiglianza con Dio e il più gradito omaggio che gli possiamo rendere. Chi non «porta» le creature come Dio le ha volute, non solo si mette contro la divina volontà, ma giudica Dio, lasciando capire ch’egli avrebbe fatto meglio. Questo insano orgoglio rende l’intollerante impotente, perché Dio da forza ai mansueti e resiste ai superbi.

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