Alberto Marvelli – Un gigante della carità!

Ricorre oggi la memoria liturgica del beato Alberto Marvelli di Rimini. Conosciamo meglio la storia di questo giovane santo del ‘900…

Anche Federico Fellini, il grande regista, lo conosceva…

Nel corso di un’intervista Fellini ricordava gli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza, trascorsi a Rimini, sua città natale. Ricordava gli amici, e ad un certo momento disse all’intervistatore: “Sai che ho avuto come compagno di scuola e di giochi anche un santo? Si chiamava Alberto Marvelli ed è morto subito dopo la guerra. Ho saputo che ora hanno iniziato il processo di beatificazione. Lo ricordo bene. Fummo insieme fin dalla prima elementare. Era un ragazzino biondo, molto dolce. Le mamme lo indicavano a noi come un bambino modello, buono e bravo. Al liceo non faceva parte della mia compagnia, perché io e i miei amici eravamo un po’ scapestrati, ma sapevo che era impegnato molto ad aiutare i poveri. Sono certo che diventerà santo e ti dico che, quando ci penso, fa un certo effetto pensare di aver giocato a pallone con un santo”.Alberto Marvelli era nato a Ferrara, il 21 marzo 1918. Crebbe però a Rimini, dove la sua famiglia aveva una villa. Era figlio di un direttore di banca. La madre, Maria Mayr, apparteneva a una nobile famiglia ferrarese di origine tedesca, ed era figlia della marchesa Geltrude Granello di Casaleto.

Alberto ebbe un’infanzia serena, insieme ai fratelli Adolfo, Carlo, Lello, Giorgio e Geltrude. Ricevette un’educazione profondamente religiosa. I genitori gli davano un continuo esempio di vita cristiana dedicata interamente al lavoro, all’aiuto dei poveri, alla difesa della verità e della giustizia.

Soprattutto la mamma di Alberto si distingueva per un eccezionale amore per i poveri. In casa Marvelli succedeva spesso che metà del pranzo, una volta cucinato, sparisse senza essere stato servito. La mamma diceva ai figli: “È venuto Gesù e aveva fame”. Tutti comprendevano che la parte del pranzo che mancava era stata data ai poveri.

Per sua madre Alberto non appariva come un santo, ma come uno che aveva soltanto compiuto il suo dovere di cristiano. “Tutti dicono, ora, che Alberto è un santo”, disse sorridendo. “Io non ci credo. Alberto era un bel ragazzo. Era molto buono, ma ci vuol ben altro per diventare santi! Aiutava i poveri, li amava, è vero. Ma questo è il dovere di ogni buon cristiano. Nel Vangelo c’è scritto che bisogna dare ai poveri quello che abbiamo in più. A mio figlio avevo insegnato a vivere secondo il Vangelo, e lui lo faceva”.

L’esempio della mamma fu determinante per la formazione di Alberto Marvelli. Infatti, la caratteristica della santità di questo giovane è proprio l’aiuto ai poveri. Negli anni drammatici della Seconda guerra mondiale, quando era difficile per tutti vivere e trovare cibo, e magari sotto i bombardamenti era andata perduta la casa con gli averi, Alberto sacrificava se stesso con autentico eroismo per aiutare chi aveva bisogno.

Nel novembre del 1943, a Rimini cominciarono i bombardamenti. Pochi giorni dopo venne dato l’ordine di sgomberare la città. Rimini subì, in seguito, più di trecento bombardamenti. La famiglia Marvelli si trasferì così a Vergiano, un paese a sette chilometri. Da quel momento Alberto cominciò a condurre una vita randagia e sempre esposta al pericolo. Sfidava i bombardamenti per prov­vedere le cose necessarie alla sua famiglia e alle altre famiglie che erano sfollate a Vergiano. Scendeva in città al termine di ogni bombardamento per soccorrere i feriti e per aiutare quelli rimasti senza casa a trovare un nuovo tetto.

“A sera”, racconta la madre di Alberto “tornava a casa stanco, sporco, qualche volta imbrattato di sangue. Io temevo sempre che restasse ferito. Quando tardava, mi preoccupavo. Restavo in piedi fino a tarda ora, finché non arrivava. Lui, allora, mi diceva sorridendo: “Di che cosa hai paura, mamma? Lo sai che torno sempre”.

Conosceva bene la lingua tedesca. Accettò di andare a lavorare nella T.O.D.T. (organizzazione di lavori alle dipendenze dei tedeschi). Aveva un incarico direttivo e si serviva di questo per aiutare gli italiani che venivano arrestati. Ne liberò moltissimi. Abusò in maniera eccessiva di questa sua posizione tanto che un giorno i tedeschi lo arrestarono.

In carcere si trovò accanto a tante persone piene di problemi. C’erano padri di famiglia che piangevano: parlavano della moglie, dei bambini piccoli che avevano lasciato soli. Alberto restava immobile ad ascoltare quei racconti dolorosi. Un giorno disse deciso: “State tranquilli, vi farò tornare a casa tutti questa notte”. Organizzò una fuga. Si presentò alle guardie parlando in tedesco ed esibendo documenti falsi, usufruendo del cognome della madre, Mayr, che era di origine tedesca. Una volta uscito dalla prigione, ritornò, nel pieno della notte, a liberare gli altri che poterono così raggiungere le loro famiglie.

“Spesso tornava a casa con qualche povero che aveva perso tutta la sua roba sotto i bombardamenti”, ricordava la madre di Alberto. “Lo sfamava. Gli dava da vestire. Aveva donato alla povera gente anche il materasso del suo letto e lui dormiva senza”.

Nel settembre del 1944, i rifugiati di Vergiano e dei paesi intorno a Rimini si trasferirono a San Marino perché i bombardamenti continui avevano reso impossibile la vita anche fuori città. Nella casa dove la famiglia Marvelli trovò alloggio c’era una stanza piena di materassi di lana che erano stati affidati ad Alberto da alcuni amici perchè li custodisse. Una sera Alberto tornò accompagnato da alcuni uomini. Fece aprire la stanza e distribuì i materassi a quella gente. “Dormono per terra in gallerie sotterranee”, disse a sua madre. “<Se non si proteggono, finiranno per prendere i dolori”. Quando i padroni dei materassi vennero a sapere che Alberto li aveva regalati, restarono male, però non ebbero il coraggio di protestare perché Alberto volle pagarli.

Un giorno si presentarono due soldati che erano fuggiti dai tedeschi e cercavano di raggiungere le loro famiglie in Lombardia, a piedi. Uno era senza scarpe. Nessuno dei presenti aveva scarpe di ricambio da dare a quel povero soldato. Arrivò Alberto. Gli raccontarono il caso. Egli diede un’occhiata ai piedi del soldato e disse: “Possono andare bene le mie scarpe”. Se le sfilò immediatamente e le diede al soldato che lo guardava confuso. Alberto sorrise e tornò a casa scalzo.

Andava spesso a trovare un amico, un certo Roberto, che faceva il commerciante. Nelle casse di indumenti che costui aveva messo al sicuro, Alberto sceglieva molti capi di vestiario. Li comperava. Diceva che occorrevano ai suoi familiari. In realtà li portava ai poveri.

Terminata la guerra, la famiglia Marvelli tornò a Rimini. La città era un cumulo di macerie, senza acqua corrente, senza luce elettrica, senza fognature. Il comitato di Liberazione pose immediatamente gli occhi su Alberto Marvelli, che già prima della guerra si era laureato in ingegneria. Tutti parlavano di lui come di un gigante del lavoro. Gli affidarono l’ufficio alloggi. In seguito, Alberto divenne assessore del comune e ingegnere del Genio Civile.

Nel dicembre del 1945, andò a salutare il parroco di Santa Croce, che era a letto ammalato. I vetri della finestra della canonica erano andati in frantumi, nelle stanze si gelava. Quell’inverno era particolarmente rigido. Alberto disse al vecchio reverendo: “Domani provvederò io”. Tornò a casa, fece togliere i vetri della sua camera da letto e mandò un operaio a installarli nella canonica del vecchio prete.

La signora Mancini, nella cui casa, in via Garibaldi, Alberto andava spesso a riporre la bicicletta, mi raccontò: “Ogni tanto il dottor Marvelli giungeva con una bicicletta diversa. Dove l’ha messa l’altra, ingegnere?”, chiedevo. “Non l’ho più”, rispondeva sorri­dendo. L’aveva regalata e ne aveva comperata un’altra usata”.

Aveva regalato, uno dopo l’altro, tutti i vestiti nuovi che possedeva. Sua madre, vedendolo conciato male, con addosso i calzoni rattoppati, gli disse: “Alberto mi pare che tu stia esagerando. Pensa un po’ anche a te stesso”. Lui, puntando l’indice verso la madre, rispose: “Senti da che pulpito viene la predica”.

La professoressa Maria Massani, che fu insegnante di Alberto al liceo classico, e dopo la morte del giovane ne divenne l’indefessa biografa, mi raccontò: “Solo dopo la scomparsa di Alberto fu possibile conoscere quanto bene aveva fatto ai poveri. Al suo funerale c’erano centinaia e centinaia di persone che seguivano il feretro piangendo. Tutti avevano qualche episodio personale da raccontare. Ricordo che un uomo, in lacrime, mi disse: “Sono andato da lui disperato perchè sono invalido di guerra e i bombardamenti mi avevano scoperchiato la casa e non avevo nulla da dare da mangiare alla mia famiglia. Alberto mi disse: “Ma non sono qui per aiutarvi? Perchè vi disperate?”. “Ha provveduto a coprirmi la casa e poi mi ha regalato questa bicicletta”.

Il fratello di Alberto, Carlo Marvelli, mi raccontò: “Era un caro fratello. Allegro e insieme posato e riflessivo. Studiava molto, senza essere uno sgobbone. Era affettuoso ma riservato. In casa non raccontava mai niente di quello che faceva fuori. Lo vedevamo indaffarato. La porta della nostra casa era sempre aperta ai poveri, ma a questo non facevamo caso: era una vecchia abitudine di famiglia. Alberto e la mamma andavano molto d’accordo in questo. Soltanto dopo la sua morte abbiamo saputo delle decine e decine di persone che egli aveva aiutato e ci siamo resi conto delle molteplici attività in cui era impegnato. Soprattutto un fatto mi ha sorpreso: la mole di lavoro che Alberto riusciva a sbrigare. Quando morì, mio fratello Adolfo ed io prendemmo il suo posto nello studio di ingegnere e nel suo ufficio di capo della Sezione alloggi. Faticammo, lavorando 14 – 15 ore al giorno e anche di più per tre mesi, per tenere dietro a tutte le pratiche e a tutti i progetti che Alberto aveva avviato”.

Morì la sera del 5 ottobre 1946. Era uscito di casa in bicicletta per recarsi a un comizio per le elezioni amministrative che si dovevano tenere il giorno dopo. Un camion alleato, che procedeva a folle andatura, lo investì e poi scomparve nel buio. Alberto era uno dei candidati più in vista di Rimini. Il giorno dopo molti cittadini, sbigottiti per la tragedia che aveva stroncato la vita di quel giovane buono, vollero ugualmente votare per lui. Al suo posto venne eletta la madre.

Al suo funerale c’era tutta Rimini, sindaco socialista in prima fila. Parteciparono numerosi anche i comunisti, suoi avversari politici, che egli aveva combattuto nei comizi fino a qualche giorno prima. Ma anche loro erano stati conquistati dalla rettitudine di quel giovane. I comunisti di Bellariva, il suo quartiere, portarono al funerale una corona e diedero al parroco del denaro perchè aiutasse i poveri in nome di Alberto Marvelli. Fecero inoltre affiggere un manifesto sui muri della città in cui si leggeva: “I comunisti di Bellariva si inchinano riverenti a salutare il figlio, il fratello, che ha sparso su questa terra tanto bene”.

Sono trascorsi tanti anni da allora. Alberto è stato proclamato beato a Loreto nel 2004 da Giovanni Paolo II.

Alberto Marvelli è un nuovo Pier Giorgio Frassati. Un nuovo grandissimo esempio di vita cristiana vissuta nell’amore e nell’aiuto al prossimo. Un santo moderno. Giovane universitario, giovane ingegnere, militante nell’Azione Cattolica, nella Fuci, assessore comunale, appassionato di sport, ottimo giocatore di pallone. Marvelli è un santo di quelli che piacciono molto a Giovanni Paolo II. In varie occasioni, Papa Wojtyla ha parlato di lui, additandolo ai giovani del nostro tempo come “apostolo esemplare nella vita spirituale e nell’impegno civile”.

Dal Diario di Alberto:
Ho compiuto 21 anni (21 marzo 1939).
Il tempo passa, vola anzi; non rimaniamo indietro con la vita spirituale.
Come ogni giorno si assomiglia al precedente formando quella che è la vita materiale, così il nostro procedere nella vita materiale deve essere un salire continuo e deciso, somma delle esperienze precedenti e delle grazie attuali continue che il Signore costantemente ci elargisce.
Devo progredire, continuamente, gradino per gradino, giorno per giorno, minuto per minuto; sempre aspirando quella che è la vetta massima, Dio.
Lo devo, lo voglio. “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”. Questo ha detto Gesù, questo dobbiamo raggiungere, almeno per quanto sta in noi e nella nostra volontà.
Saremo degli incipienti continui, sforziamoci di essere dei progredienti, su su verso le rampe del palazzo meraviglioso ed infinito che è la perfezione.

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Un Commento a “Alberto Marvelli – Un gigante della carità!”

  1. stella scrive:

    e’ semplicemente meraviglioso a presto.

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